Una copertura raramente dà problemi il giorno della consegna. Il collaudo è andato bene, le lastre sono ferme al loro posto e il committente è soddisfatto. Poi passano le stagioni. Al secondo anno compaiono aloni all’interno delle lastre, al terzo qualche infiltrazione. A volte si sentono anche rumori e deformazioni che all’inizio non c’erano.

Quando la copertura è in policarbonato alveolare, la colpa viene spesso attribuita al materiale. Nella pratica, però, le cause sono quasi sempre dettagli progettuali o di posa sottovalutati, che nei primi mesi non si notano e che con il tempo, sotto sole, pioggia e sbalzi termici, diventano evidenti. Per questo conoscere le caratteristiche delle lastre e prevederne il comportamento negli anni è la condizione per realizzare coperture durevoli e funzionali.

Vediamo quali sono i punti critici e come affrontarli.

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Caratteristiche e scelta delle lastre alveolari

Il policarbonato alveolare è un materiale molto usato in edilizia per tettoie, pensiline, verande, serre e coperture industriali. Il motivo sta nella struttura interna a camere d’aria, che conferisce alla lastra:

  • leggerezza, che alleggerisce la struttura portante e semplifica la movimentazione in cantiere;
  • resistenza agli urti, superiore a quella di molti materiali trasparenti alternativi;
  • trasmissione della luce naturale, utile per ambienti luminosi senza ricorrere all’illuminazione artificiale;
  • isolamento termico, grazie all’aria racchiusa nelle camere.

Queste prestazioni, però, non sono uguali per tutte le lastre in policarbonato alveolare. La scelta va fatta valutando insieme lo spessore, la configurazione delle camere interne (numero di pareti e geometria), l’ interasse tra i supporti e i carichi previsti, compresi quelli di vento e neve, che in alcune zone sono determinanti.

C’è poi un errore molto diffuso: pensare che uno spessore maggiore sia sempre la scelta più sicura. Una lastra più spessa, se l’interasse è sbagliato o i supporti sono insufficienti, può comunque flettere o cedere. Per dimensionare correttamente la copertura bisogna quindi partire dalle tabelle di carico e dalle indicazioni del produttore, che legano spessore, luce libera e sollecitazioni in modo verificabile.

L’importanza della corretta posa contro condensa e infiltrazioni

Tra i problemi più frequenti nelle coperture alveolari ci sono aloni, depositi e sporco all’interno delle camere. Succede quando le estremità delle lastre non sono protette in modo adeguato: umidità, polvere e impurità entrano nei canali e si accumulano. Non è un danno strutturale, ma compromette l’aspetto estetico della copertura, e in una veranda o in una tettoia a vista è spesso il difetto che il committente nota per primo.

Per questo i sistemi di posa prevedono soluzioni diverse per le due estremità:

  • parte alta: chiusura con nastro sigillante pieno, che impedisce l’ingresso di umidità e insetti;
  • parte bassa: nastro traspirante abbinato a profili di chiusura con fori di drenaggio, che lasciano uscire la condensa e frenano la polvere.

A questo si aggiunge un accorgimento semplice ma decisivo: le camere vanno sempre orientate nella direzione della pendenza. In questo modo l’umidità che inevitabilmente si forma all’interno può scorrere verso il basso e uscire. Se le lastre sono posate nel senso sbagliato, l’acqua resta intrappolata e il difetto si ripresenta stagione dopo stagione.

Un discorso a parte riguarda le infiltrazioni d’acqua, che dipendono quasi sempre da errori di progetto o di assemblaggio. Le cause più comuni sono:

  • pendenze insufficienti, che favoriscono i ristagni;
  • giunzioni e profili non adeguati, che lasciano punti di ingresso all’acqua;
  • sistemi di raccolta e drenaggio mal dimensionati o mal collegati.

La pendenza minima e le modalità di collegamento non vanno infatti decise “a occhio”, ma devono rispettare le prescrizioni del sistema scelto, perché variano in base al tipo di lastra e di profilo.

Posa lastre alveolari

Non sottovalutare dilatazione termica e protezione UV

Il policarbonato si dilata e si contrae con la temperatura molto più dei metalli usati di solito per le strutture di sostegno, come alluminio e acciaio. Come ordine di grandezza, il suo coefficiente di dilatazione è circa due o tre volte quello dell’alluminio. Su una lastra lunga alcuni metri, tra una notte invernale e un pomeriggio d’estate, il movimento può arrivare a diversi millimetri, e diventa rilevante soprattutto nelle coperture di grandi dimensioni.

Se il sistema di fissaggio non lascia libera la lastra di muoversi, il materiale lavora contro i vincoli. Gli effetti tipici sono:

  • scricchiolii e rumori nelle ore in cui la temperatura cambia più rapidamente;
  • deformazioni della lastra;
  • fessurazioni attorno ai punti di ancoraggio, che col tempo possono diventare anche punti di infiltrazione.

La soluzione è prevedere fin dall’inizio profili e guarnizioni compatibili con il materiale e rispettare i giochi di dilatazione indicati dal produttore, evitando ad esempio fori troppo aderenti alle viti o serraggi eccessivi. Lo stesso discorso vale anche per la compatibilità chimica: sigillanti e guarnizioni non adatti possono attaccare il policarbonato e comprometterne la tenuta nel tempo.

C’è infine la protezione dai raggi UV. In molte lastre il trattamento protettivo è presente su una sola faccia, che deve essere rivolta verso l’esterno. Montarla al contrario è un errore facile da commettere in cantiere e difficile da notare subito.
Il risultato, però, si vede dopo: ingiallimento, perdita di trasparenza e deterioramento prematuro. La faccia protetta è di norma indicata da un’etichetta o da una pellicola sulla lastra, quindi conviene verificarla prima della posa, prima di togliere le pellicole.

Una copertura durevole si progetta nei dettagli

I problemi descritti non sono necessariamente difetti del policarbonato alveolare. Nella maggior parte dei casi sono la conseguenza di scelte progettuali o modalità di posa non adeguate. Per prevenirli, fin dall’inizio bisogna considerare con attenzione:

  • spessore e struttura delle lastre, in relazione a luci e carichi;
  • gestione della condensa, con chiusure delle estremità e orientamento corretto delle camere;
  • giochi di dilatazione, per lasciare libera la lastra di muoversi;
  • protezione UV, con la faccia trattata rivolta verso l’esterno;
  • sistemi di fissaggio e drenaggio, compatibili con il materiale e con le pendenze di progetto.

Sono scelte che richiedono attenzione già in fase di progetto, ma che permettono di evitare interventi correttivi, costi aggiuntivi e contestazioni con il committente.

Perché una copertura ben progettata non è soltanto quella che funziona il giorno della consegna, ma quella di cui, tre inverni dopo, nessuno ha ancora avuto bisogno di parlare.