Il Ponte sullo Stretto di Messina torna ancora una volta al centro del dibattito politico nazionale. Con l’approvazione definitiva del decreto Infrastrutture da parte della Camera — ribattezzato ormai da molti “decreto Ponte” — il governo Meloni prova a rilanciare formalmente il progetto dopo mesi di rallentamenti, rilievi tecnici e tensioni parlamentari.

Il provvedimento è passato con 160 voti favorevoli, 110 contrari e 7 astenuti, chiudendo così il percorso di conversione in legge. Per la maggioranza si tratta di un passaggio decisivo per accelerare la realizzazione delle opere strategiche del Paese. Le opposizioni, invece, parlano dell’ennesima revisione normativa costruita attorno a un’infrastruttura che, almeno per ora, continua a esistere più negli atti amministrativi che nei cantieri.

Ma cosa cambia concretamente con il nuovo decreto? Quali sono i nodi ancora aperti? E soprattutto: il Ponte sullo Stretto è davvero più vicino alla costruzione oppure i tempi rischiano di allungarsi ancora?

Cosa prevede il decreto infrastrutture approvato dal parlamento

Il testo definitivo del decreto Infrastrutture è stato ampliato durante il passaggio parlamentare. Dagli iniziali 11 articoli si è arrivati ai 15 approvati in via definitiva, con una serie di interventi che il governo considera strategici per il sistema dei trasporti e delle grandi opere italiane.

All’interno del provvedimento trovano spazio diverse misure: dalla proroga fino al 2028 di alcuni incarichi commissariali all’affidamento della concessione dell’autostrada A22 Brennero-Modena, passando per gli interventi di messa in sicurezza del sistema idrico del Gran Sasso e delle autostrade A24 e A25.

Sono state inoltre inserite norme per accelerare i lavori della Linea C della metropolitana di Roma e gli interventi infrastrutturali legati agli Europei di calcio del 2032.

Il cuore politico del decreto, però, resta il Ponte sullo Stretto di Messina. Il governo ha infatti utilizzato il provvedimento anche per affrontare i rilievi formulati dalla Corte dei Conti sugli atti amministrativi collegati al progetto definitivo e alla delibera Cipess che aveva autorizzato l’opera.

In pratica, il ministero delle Infrastrutture dovrà adeguare l’iter amministrativo alle osservazioni dei magistrati contabili, cercando così di evitare ulteriori blocchi procedurali. Il decreto introduce inoltre la nomina degli amministratori delegati di Anas, Claudio Andrea Gemme, e di Rete Ferroviaria Italiana, Aldo Isi, come commissari straordinari unici per le opere viarie e ferroviarie complementari al Ponte.

L’obiettivo dichiarato è quello di coordinare e velocizzare tutte le infrastrutture collegate all’attraversamento dello Stretto.

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Il nodo delle risorse: perché lo spostamento dei fondi sta facendo discutere

Il capitolo più delicato del decreto riguarda però la parte finanziaria. Il provvedimento prevede infatti una rimodulazione delle risorse destinate al Ponte sullo Stretto, con circa 2,8 miliardi di euro che vengono spostati dal periodo 2026-2029 al quinquennio successivo, cioè tra il 2030 e il 2034.

Secondo la maggioranza si tratta semplicemente di una redistribuzione tecnica delle coperture economiche, necessaria per adeguare il cronoprogramma amministrativo dell’opera. Il governo sostiene che non ci sia alcun ridimensionamento del progetto e che il Ponte continui a rappresentare una priorità strategica per il Paese.

Le opposizioni, al contrario, leggono questo rinvio delle risorse come il segnale più evidente di un rallentamento concreto dei tempi. Per il Partito Democratico, infatti, il governo starebbe congelando miliardi di euro senza che esista ancora un quadro definitivo realmente consolidato sotto il profilo tecnico, economico e ambientale.

Anche il Movimento 5 Stelle ha attaccato duramente il provvedimento. Secondo il deputato Agostino Santillo, lo slittamento dei fondi fino al 2034 dimostrerebbe l’assenza di un cronoprogramma credibile e confermerebbe che il Ponte rischia di restare ancora a lungo una grande opera annunciata ma non realizzata.

Critiche sono arrivate anche da Alleanza Verdi e Sinistra. Nicola Fratoianni ha definito il Ponte una “scelta ideologica”, sostenendo che le risorse potrebbero essere utilizzate per interventi ritenuti più urgenti in Calabria e Sicilia, come il potenziamento delle reti ferroviarie locali, la manutenzione delle infrastrutture esistenti e la prevenzione del dissesto idrogeologico.

La linea del governo: il ponte resta un’opera simbolo della legislatura

Nonostante le polemiche e i continui ostacoli amministrativi, il governo continua a difendere il Ponte sullo Stretto come una delle infrastrutture simbolo dell’attuale legislatura. Per l’esecutivo, l’approvazione definitiva del decreto Infrastrutture rappresenta soprattutto un modo per evitare nuovi rallentamenti burocratici e mantenere il progetto dentro un percorso normativo formalmente stabile.

Durante il dibattito parlamentare, il relatore del provvedimento alla Camera, Massimo Milani di Fratelli d’Italia, ha sottolineato la necessità di garantire “la tempestiva realizzazione di opere infrastrutturali strategiche”. Una linea che coincide pienamente con quella del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che da mesi ha trasformato il Ponte in uno dei principali dossier politici della maggioranza.

Per il leader della Lega, infatti, l’opera rappresenta non soltanto un collegamento infrastrutturale tra Sicilia e Calabria, ma anche un simbolo di modernizzazione del Mezzogiorno e di rilancio economico del Sud Italia. Proprio per questo il governo non poteva permettersi che il progetto restasse bloccato tra rilievi tecnici, verifiche contabili e passaggi amministrativi ancora incompleti.

L’obiettivo dell’esecutivo è ora quello di accelerare tutte le opere complementari — ferroviarie e stradali — considerate indispensabili per rendere sostenibile l’intero sistema di collegamento attorno allo Stretto di Messina. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni politiche, resta ancora aperta la questione più concreta: quando partiranno realmente i cantieri.