Reddito di Cittadinanza: Addio o revisione?

Per approvare la nuova Legge di Bilancio 2023, il Governo ha dovuto reperire ingenti risorse, pari a circa 35 miliardi di euro, necessarie soprattutto per fronteggiare il caro-bollette e l’aumento dei costi dell’energia.

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Per riuscire nell’intento si è provveduto a una serie di tagli, tra cui spicca la notevole stretta attuata sul Reddito di cittadinanza, già da tempo nel mirino di tutti i principali partiti di centrodestra.

Questa misura di sostegno per i soggetti fragili e le famiglie più deboli, fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle nel corso della precedente legislatura, verrà infatti completamente rivisitata.

Anzitutto, la platea dei percettori sarà notevolmente ridotta; questi ultimi, inoltre, saranno sottoposti a una serie di nuovi obblighi per continuare ad usufruire del beneficio, che scomparirà del tutto a partire dal 2024.

Si va incontro, dunque, ad una fase di transizione della durata di alcuni mesi, passata la quale il Reddito di cittadinanza sarà sostituito da un nuovo strumento, utile però a finanziare soltanto le persone considerate non occupabili, per mancanza di requisiti fisici o anagrafici.

Non è ancora noto il nome della nuova misura, che secondo le stime governative permetterà allo Stato di risparmiare quasi due miliardi di euro all’anno, limitandosi a sostenere una platea di fragili e di soggetti prossimi all’età pensionabile (over 60).

Reddito di Cittadinanza 2023: le nuove regole

Ad oggi, prima di perdere il diritto al beneficio é possibile rifiutare fino a due offerte di lavoro, se considerate dal percettore non soddisfacenti dal punto di vista economico o non compatibili con il proprio bagaglio di competenze e abilità.

Con le regole appena entrate in vigore, invece, il primo rifiuto di un’offerta di lavoro giudicata congrua porterà immediatamente alla perdita della tessera.

Queste restrizioni, tuttavia, saranno attive soltanto a partire da Settembre 2023; durante gli otto mesi precedenti, infatti, gli attuali percettori potranno continuare a ricevere il sussidio, consapevoli però dell’imminente scadenza. Nello stesso lasso di tempo, essi avranno l’obbligo di seguire i corsi di formazione promossi dalle regioni di residenza; e sempre a proposito di residenza, si è deciso di aumentare i controlli per accertare che i richiedenti vivano stabilmente in Italia.

Le modifiche non riguarderanno i nuclei familiari in cui sia presente un minore, un disabile, un anziano o una donna in gravidanza: tale discorso, infatti, si applica soltanto a coloro che vengono considerati occupabili, ovvero ai cittadini che godano di un buono stato di salute e abbiano un’età compresa tra i 18 e i 59 anni.

I numeri della nuova riforma

Sempre stando alle stime governative, questa soluzione transitoria comporterà per lo Stato una spesa di poco più di 700 milioni di euro per il 2023, contro i circa 1,8 miliardi previsti nel caso la misura fosse rimasta invariata. Proseguendo con le cifre, si può dire che il numero di nuclei familiari su cui impatteranno le nuove misure ammonta a circa 400 mila, a fronte di una platea complessiva che coinvolge oltre un milione di nuclei in tutto il territorio della Penisola.

Ciò che cambia, in ogni caso, è il principio alla base dell’elargizione del reddito.

Se la misura era stata inizialmente prevista per assicurare un aiuto statale a persone in difficoltà, e quindi per fungere da strumento di contrasto alla povertà anche sul lungo periodo, ora essa diviene un sostegno economico elargito soltanto temporaneamente, nei lassi di tempo intercorrenti tra la perdita del posto di lavoro e il suo ritrovamento.

Nell’attesa sarà obbligatorio seguire corsi di formazione, prestarsi allo svolgimento di lavori utili alla collettività o anche, soprattutto per i più giovani, tornare sui banchi: l’erogazione del reddito potrebbe infatti essere interrotta se non sono stati assolti i doveri relativi all’obbligo scolastico.

Buone notizie, infine, per chi è solito dedicarsi a lavori stagionali per integrare il proprio reddito: le entrate derivanti da questi impieghi, se non superiori a tremila euro, non concorreranno alla determinazione del beneficio. Tale deroga è stata pensata per contrastare il fenomeno della mancanza di lavoratori stagionali soprattutto in alcuni settori, su tutti agricoltura e turismo.