Negli ultimi mesi il Superbonus è tornato al centro dell’attenzione, ma non per nuove proroghe o incentivi. Questa volta a muoversi sono i controlli fiscali, che dopo aver coinvolto condomìni e proprietari, iniziano a interessare direttamente anche le imprese, in particolare quelle che hanno operato come general contractor.

L’Agenzia delle Entrate sta infatti approfondendo alcuni schemi contrattuali molto diffusi durante il periodo di massima applicazione dell’agevolazione, sollevando dubbi su quali costi possano essere realmente considerati agevolabili e trasformabili in credito d’imposta. Una questione che rischia di avere conseguenze rilevanti non solo sul piano economico, ma anche su quello fiscale e penale.

Ma quali sono le operazioni finite sotto la lente del Fisco? E perché proprio il ruolo del general contractor è oggi così discusso?

I controlli fiscali e le aree più esposte

Le verifiche avviate dall’Agenzia delle Entrate non sono, almeno per ora, uniformi su tutto il territorio nazionale. I primi accertamenti si stanno concentrando soprattutto in alcune regioni del Nord e del Centro Italia, come Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna, dove il ricorso allo schema del general contractor è stato particolarmente diffuso. Tuttavia, il timore delle imprese è che questo filone di controlli possa rapidamente estendersi al resto del Paese, coinvolgendo una platea molto più ampia di operatori.

Il dato che rende la situazione particolarmente delicata è il volume complessivo delle agevolazioni maturate: nei soli condomìni, alla fine del 2023, il Superbonus ha generato oltre 80 miliardi di euro di crediti. Anche se solo una quota limitata dovesse finire effettivamente sotto contestazione, l’impatto economico per le imprese interessate potrebbe essere significativo.

A preoccupare non è soltanto il recupero delle somme, ma anche il fatto che alcune posizioni vengano qualificate come crediti “inesistenti”, con possibili riflessi sul piano sanzionatorio e, nei casi più gravi, penale.

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Le contestazioni e la posizione delle imprese

L’apertura di questo nuovo fronte di controlli ha spinto subito le associazioni di categoria ad attivarsi. In particolare, l’Ance ha espresso forti perplessità sull’impostazione seguita dall’amministrazione finanziaria, ritenendo che molte delle contestazioni si basino su interpretazioni giuridiche discutibili. Secondo i costruttori, infatti, l’impostazione adottata dall’Agenzia delle Entrate rischia di entrare in contraddizione con chiarimenti e prassi che la stessa amministrazione aveva fornito negli anni precedenti proprio sul funzionamento dello sconto in fattura e della cessione del credito.

Per questo motivo sono state avviate interlocuzioni dirette con i vertici del Fisco, con l’obiettivo di analizzare caso per caso le operazioni finite sotto esame.

L’intento è comprendere se le contestazioni riguardino reali anomalie oppure se, al contrario, colpiscano modelli organizzativi che erano stati adottati in buona fede e che, al momento dell’esecuzione dei lavori, apparivano coerenti con il quadro normativo e interpretativo disponibile.

Il ruolo del general contractor nel Superbonus

Per comprendere l’origine delle contestazioni è necessario tornare al modello organizzativo del general contractor, largamente utilizzato durante la fase più intensa del Superbonus. In ambito privato, soprattutto nei lavori condominiali, questo schema ha rappresentato una soluzione pratica ed efficiente: un unico soggetto si assumeva il coordinamento complessivo dell’intervento, gestendo imprese esecutrici, professionisti, fornitori e rapporti con gli istituti di credito.

Dal punto di vista dei condomìni e delle banche, avere un solo interlocutore significava ridurre il rischio operativo e semplificare enormemente la gestione amministrativa.

In un contesto caratterizzato da scadenze stringenti, continue modifiche normative e una burocrazia complessa, la centralizzazione delle responsabilità ha consentito di accelerare i lavori e rispettare i tempi necessari per non perdere l’agevolazione fiscale.

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I nodi critici finiti sotto la lente del fisco

Le verifiche dell’amministrazione finanziaria si concentrano su due aspetti principali, che in alcuni casi si sovrappongono. Il primo riguarda i margini economici legati al subappalto. Secondo l’impostazione seguita dall’Agenzia delle Entrate, quando un’impresa capofila affida parte dei lavori a soggetti terzi e poi fattura al committente un importo superiore rispetto a quanto pagato ai subappaltatori, quella differenza non sarebbe interamente agevolabile.

Il Fisco tende infatti a qualificare tale scostamento come un compenso per attività di coordinamento, ritenuta estranea alle spese incentivabili dal Superbonus.

Dal punto di vista delle imprese, però, questa lettura non tiene conto della normale dinamica imprenditoriale. Quel margine rappresenta un utile legittimo, che remunera il rischio assunto, l’organizzazione del cantiere e la responsabilità complessiva dell’intervento. Proprio per questo motivo, secondo i costruttori, dovrebbe essere pienamente compreso tra i costi agevolabili e quindi scontabile in fattura.

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Le prestazioni professionali e il tema dell’IVA

Il secondo punto critico riguarda le prestazioni professionali, come asseverazioni, visti di conformità e altre attività tecniche necessarie per accedere al Superbonus. In molti casi, il general contractor si è limitato a riaddebitare al committente i costi sostenuti per questi servizi, senza applicare alcun margine. Secondo l’Agenzia delle Entrate, però, in alcune operazioni il compenso per l’attività di coordinamento sarebbe stato inglobato in modo implicito nella fatturazione complessiva, senza una chiara distinzione delle singole voci.

Questo aspetto ha fatto emergere anche un problema di natura fiscale: il rischio che su tali prestazioni sia stata applicata un’aliquota Iva agevolata del 10%, anziché quella ordinaria del 22% prevista per i servizi professionali.

Una circostanza che, se confermata, rafforzerebbe la tesi dell’indebita fruizione dell’agevolazione e renderebbe le contestazioni ancora più pesanti per le imprese coinvolte.

Rischi fiscali e profili penali

A rendere la situazione particolarmente delicata è la qualificazione dei crediti contestati come inesistenti. Questa impostazione comporta conseguenze ben più gravi rispetto a una semplice irregolarità formale. Oltre al recupero delle somme e alle sanzioni amministrative, infatti, può scattare anche il profilo penale nei casi in cui l’importo superi determinate soglie.

Il rischio, per alcune imprese, è quello di trovarsi esposte a procedimenti complessi, con effetti potenzialmente devastanti sulla continuità aziendale.

Proprio per questo motivo, il confronto tra imprese e amministrazione finanziaria è diventato cruciale. L’auspicio del settore è che le verifiche tengano conto del contesto straordinario in cui il Superbonus è stato applicato e della buona fede con cui molti operatori hanno adottato modelli organizzativi diffusi e ritenuti, all’epoca, compatibili con la normativa.