Si ferma, almeno per ora, il tentativo di riaprire il condono edilizio del 2003. Dopo settimane di indiscrezioni e ipotesi normative, dalle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio della Camera arriva uno stop netto: come riportato dal Sole24Ore gli emendamenti presentati dalla maggioranza al decreto Milleproroghe sono stati dichiarati inammissibili. Stessa sorte anche per la proposta di ampliare la platea della rottamazione quater, altro intervento atteso da molti contribuenti.

La decisione segna un punto di arresto importante in un dibattito che aveva riacceso l’attenzione su sanatorie edilizie, abusi e vecchie pratiche rimaste irrisolte da oltre vent’anni. Ma si tratta di una bocciatura definitiva o solo di un rinvio tecnico? E quali margini restano per un eventuale ritorno della sanatoria nei prossimi mesi?

Emendamenti bocciati: stop in commissione al condono edilizio

Il tentativo della maggioranza si è arenato durante l’esame parlamentare del decreto Milleproroghe. In Commissione Affari Costituzionali e Bilancio della Camera, gli emendamenti che puntavano alla riapertura del condono edilizio del 2003 sono stati infatti dichiarati inammissibili. Una valutazione di carattere tecnico-procedurale che ha impedito di arrivare al voto nel merito delle proposte.

La stessa sorte è toccata anche all’emendamento sull’ampliamento della rottamazione quater, segno di una linea piuttosto rigorosa adottata nel vaglio preliminare delle modifiche al decreto. Per il momento, dunque, il Milleproroghe non conterrà alcuna norma né sulla sanatoria edilizia né sulla nuova definizione agevolata dei carichi fiscali.

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Lo stop non equivale a una bocciatura politica definitiva, ma rappresenta comunque un freno significativo. L’inammissibilità, infatti, esclude questi interventi dall’iter del decreto, costringendo la maggioranza a valutare strade alternative, come un provvedimento ad hoc o un nuovo tentativo in altra sede legislativa.

Il nuovo tentativo di riaprire il condono edilizio

Quello bocciato in Commissione non era il primo tentativo della maggioranza di rimettere mano al condono edilizio. Già in precedenza, infatti, l’ipotesi di una sanatoria era stata valutata in sede di legge di Bilancio, salvo poi essere accantonata di fronte alle criticità politiche e tecniche emerse durante l’iter parlamentare.

Il dossier era tornato d’attualità con la presentazione di tre emendamenti identici al decreto Milleproroghe, firmati da esponenti di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. L’obiettivo era modificare l’articolo 32 del decreto-legge del 2003, introducendo un meccanismo di riapertura del condono affidato alle Regioni, chiamate a disciplinarne l’attuazione attraverso una propria legge.

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Una scelta che puntava a superare l’impasse nazionale demandando ai territori la decisione finale sulla sanatoria, ma che proprio per questo ha sollevato dubbi sulla coerenza del provvedimento con la natura e i limiti del Milleproroghe. Dubbi che, almeno in questa fase, hanno contribuito allo stop procedurale degli emendamenti.

I dettagli della proposta di riapertura della sanatoria

Nel merito, la proposta dichiarata inammissibile delineava un perimetro piuttosto ampio di interventi potenzialmente sanabili. Sarebbero rientrate nella sanatoria le opere realizzate in assenza o in difformità dal titolo abilitativo edilizio, sia quando conformi sia quando non conformi alle norme urbanistiche, purché non ricadenti nei casi di esclusione assoluta previsti dalla legge.

La riapertura avrebbe interessato anche interventi di ristrutturazione eseguiti senza titolo, opere di restauro e risanamento conservativo prive di autorizzazione e lavori non valutabili in termini di superficie o volume. Un’impostazione che, di fatto, ampliava in modo significativo il campo rispetto a una sanatoria meramente residuale.

Particolare attenzione era riservata alle costruzioni in zona sismica. In questi casi, la regolarizzazione sarebbe stata possibile solo a condizione che l’intervento risultasse conforme alle norme tecniche vigenti sia al momento della realizzazione dell’opera sia al momento del rilascio del titolo in sanatoria, introducendo un doppio requisito di sicurezza strutturale.

Il ruolo delle regioni e la legge di attuazione

Un elemento centrale della proposta era il coinvolgimento diretto delle Regioni. Gli emendamenti prevedevano infatti che, entro 60 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, ciascuna Regione dovesse adottare una propria legge di attuazione della sanatoria edilizia.

A livello territoriale sarebbero stati definiti limiti, condizioni e modalità per l’ammissibilità al condono, tenendo conto delle specificità urbanistiche e dei vincoli presenti. In questo modo, la sanatoria non avrebbe avuto un’applicazione automatica e uniforme su tutto il territorio nazionale, ma sarebbe dipesa dalle scelte dei singoli enti regionali.

Proprio questo aspetto, tuttavia, ha contribuito ad alimentare perplessità sul piano giuridico e procedurale. Demandare alle Regioni una materia così delicata, all’interno di un decreto come il Milleproroghe, ha sollevato dubbi di coerenza normativa e di compatibilità con i limiti costituzionali, elementi che hanno pesato nel giudizio di inammissibilità.

Stop anche all’ampliamento della rottamazione quater

Insieme al condono edilizio, le Commissioni hanno dichiarato inammissibile anche un altro emendamento rilevante inserito nel pacchetto di correttivi al decreto Milleproroghe. Si tratta della proposta presentata dal deputato di Fratelli d’Italia Andrea Volpi, che puntava ad ampliare la platea dei beneficiari della cosiddetta rottamazione quater.

Il correttivo avrebbe consentito il passaggio alla rottamazione quinquies, riaprendo la definizione agevolata anche ai contribuenti che, alla data del 30 settembre 2025, risultavano in regola con i pagamenti della quater. In base alla normativa vigente, questi soggetti sono invece esclusi da nuove finestre di rottamazione.

Anche in questo caso, la valutazione di inammissibilità ha bloccato sul nascere l’intervento, lasciando invariato l’attuale quadro normativo. Un segnale chiaro della volontà di non allargare, almeno in questa fase, il perimetro delle misure straordinarie né sul fronte edilizio né su quello fiscale.