Quando il vicino realizza una sopraelevazione o modifica il proprio immobile, non è raro che sorgano dubbi sulla regolarità dei lavori. In questi casi molti proprietari si chiedono se sia possibile consultare la pratica edilizia depositata in Comune per verificare se l’intervento sia stato autorizzato correttamente.

La questione è tutt’altro che rara e spesso genera contenziosi tra confinanti. Proprio su questo punto è intervenuto il TAR Campania con la sentenza n. 1152 del 17 febbraio 2026, chiarendo un principio molto importante: il vicino può chiedere l’accesso ai titoli edilizi anche a distanza di molti anni, se la documentazione è necessaria per tutelare i propri diritti.

Ma quando il Comune può davvero negare l’accesso agli atti edilizi? Il tempo trascorso dalla realizzazione dei lavori può impedire di visionare la pratica? E quali diritti ha concretamente il proprietario confinante?

Nei paragrafi che seguono analizziamo cosa è accaduto nel caso concreto e quali principi ha stabilito il giudice amministrativo.

Il caso: la richiesta di accesso alla pratica edilizia del vicino

La vicenda nasce dalla richiesta di una proprietaria di un immobile confinante che, sospettando la realizzazione di una sopraelevazione sul fabbricato vicino, ha chiesto al Comune di poter visionare e ottenere copia della relativa pratica edilizia. In particolare, l’istanza riguardava una SCIA edilizia presentata diversi anni prima, oltre ad eventuali altri titoli abilitativi collegati ai lavori eseguiti sull’immobile confinante.

Leggi anche: SCIA, Segnalazione Certificata di Inizio Attività: come funziona, chi deve richiederla, tempi e durata

La richiesta non era casuale. La proprietaria voleva infatti verificare se l’intervento edilizio fosse stato realizzato nel rispetto delle norme urbanistiche e dei titoli autorizzativi, anche per valutare la possibilità di tutelare i propri diritti davanti al giudice civile, nel caso in cui l’opera avesse inciso negativamente sulla propria proprietà.

Secondo quanto indicato nell’istanza, la conoscenza di quella documentazione risultava necessaria proprio per controllare la conformità dei lavori eseguiti rispetto alla SCIA depositata, e per verificare se la costruzione avesse comportato una limitazione del panorama e del valore dell’immobile.

Perché il comune aveva negato l’accesso agli atti

Il Comune aveva respinto la richiesta di accesso alla documentazione edilizia sostenendo che la SCIA oggetto dell’istanza risaliva a circa dieci anni prima e che, nel frattempo, il titolo edilizio si era ormai consolidato. Secondo l’amministrazione, non essendo stati adottati provvedimenti di annullamento o di autotutela nei confronti della segnalazione certificata di inizio attività, l’intervento edilizio doveva considerarsi stabilizzato dal punto di vista amministrativo.

Da questa premessa il Comune aveva tratto una conclusione precisa: trascorso un periodo così lungo dalla presentazione della SCIA, non sussisterebbe più un interesse concreto e attuale all’accesso agli atti da parte della richiedente. In altre parole, secondo l’ente, il tempo trascorso avrebbe fatto venir meno l’utilità della documentazione richiesta.

Proprio contro questo diniego la proprietaria confinante ha deciso di rivolgersi al Tribunale Amministrativo Regionale, ritenendo che il rifiuto del Comune fosse illegittimo e che il diritto di conoscere gli atti edilizi del vicino dovesse comunque essere garantito.

Il principio della “vicinitas”: quando il vicino ha diritto di controllare i lavori

Analizzando la vicenda, il TAR Campania ha ricordato un principio ormai consolidato nella giurisprudenza amministrativa: il proprietario di un immobile vicino ha un interesse qualificato a conoscere i titoli edilizi relativi alle opere realizzate nelle proprietà confinanti. Questo principio è noto come vicinitas.

In sostanza, chi possiede o utilizza un immobile situato nelle immediate vicinanze di un intervento edilizio può chiedere di visionare la relativa documentazione amministrativa per verificare se i lavori siano stati realizzati nel rispetto delle norme urbanistiche e dei limiti previsti dalla legge. Non si tratta quindi di una semplice curiosità o di un controllo generico sull’attività della pubblica amministrazione, ma di un interesse diretto e concreto collegato alla tutela della propria proprietà.

Il giudice ha infatti ricordato che il vicino, proprio perché subisce direttamente gli effetti delle trasformazioni edilizie che avvengono nelle aree limitrofe, si trova in una posizione diversa rispetto al resto della collettività e può quindi chiedere di conoscere gli atti che hanno autorizzato l’intervento.

Questo diritto riguarda non solo i confinanti in senso stretto, ma anche chi possiede o utilizza immobili nelle immediate vicinanze dell’edificio interessato dai lavori.

Leggi anche: Abusi edilizi? Il vicino può opporsi al condono grazie alla “vicinitas”

L’accesso agli atti per difendere i propri diritti

Un altro passaggio molto importante della sentenza riguarda il cosiddetto accesso difensivo, cioè il diritto di ottenere documenti amministrativi quando questi sono necessari per tutelare o difendere i propri interessi in sede giudiziaria.

Il TAR ha ricordato che la legge sul procedimento amministrativo stabilisce un principio chiaro: quando la documentazione è necessaria per curare o difendere un proprio diritto, l’accesso deve essere garantito. Questo vale anche quando potrebbero essere coinvolti interessi di terzi, come la riservatezza, che in questi casi devono comunque cedere il passo alla tutela difensiva.

Nel caso esaminato dal tribunale, la richiesta della proprietaria confinante era proprio finalizzata a verificare la regolarità dell’intervento edilizio e valutare eventuali azioni davanti al giudice civile. Per questo motivo l’accesso alla documentazione relativa alla pratica edilizia risultava strettamente collegato alla possibilità di difendere i propri diritti.

Il giudice ha inoltre osservato che, in materia edilizia, prevale il principio della massima trasparenza: i titoli abilitativi relativi alle costruzioni incidono direttamente sull’assetto del territorio e, proprio per questo motivo, devono essere conoscibili da chi ha un interesse concreto a verificarne la legittimità.

Anche dopo molti anni è possibile accedere alla pratica edilizia

Uno degli aspetti più interessanti della sentenza riguarda proprio il fattore tempo. Il Comune aveva sostenuto che, essendo trascorsi circa dieci anni dalla presentazione della SCIA, l’interesse all’accesso agli atti fosse ormai venuto meno.

Il TAR Campania ha respinto questa interpretazione, chiarendo che il semplice decorso del tempo non elimina il diritto di accesso alla documentazione amministrativa, soprattutto quando la richiesta è collegata alla tutela di un interesse concreto del richiedente.

Nel caso specifico, la proprietaria confinante aveva evidenziato la necessità di verificare se la sopraelevazione realizzata sull’immobile vicino fosse conforme al titolo edilizio presentato. Si tratta di una verifica che può avere conseguenze rilevanti, ad esempio per accertare eventuali violazioni delle norme urbanistiche o per valutare possibili azioni giudiziarie.

Proprio per questo motivo il tribunale ha ritenuto che l’interesse della richiedente fosse ancora attuale e concreto, indipendentemente dagli anni trascorsi dalla presentazione della pratica edilizia.

Leggi anche: SCIA in sanatoria pendente: ecco quando l’ordine di demolizione è illegittimo

La decisione del TAR: il comune deve consentire l’accesso agli atti

Alla luce di questi principi, il TAR Campania con la sentenza n° n. 1152 del 17 febbraio 2026 ha ritenuto fondato il ricorso presentato dalla proprietaria confinante. Il tribunale ha stabilito che la richiedente possiede un interesse diretto, concreto e attuale a conoscere la documentazione edilizia, proprio in virtù della sua posizione di vicinanza rispetto all’immobile interessato dai lavori.

Secondo i giudici amministrativi, la richiesta di accesso non aveva carattere esplorativo né comportava particolari difficoltà per l’amministrazione. Al contrario, si trattava di una domanda mirata a verificare la legittimità di un intervento edilizio che potrebbe incidere sulla proprietà confinante.

Per questo motivo il TAR ha annullato il provvedimento con cui il Comune aveva negato l’accesso agli atti e ha ordinato all’amministrazione di consentire alla richiedente di visionare e ottenere copia della documentazione relativa alla pratica edilizia, entro trenta giorni dalla comunicazione della sentenza.

Il tribunale ha inoltre condannato il Comune al pagamento delle spese di giudizio, ribadendo così un principio importante: chi vive accanto a un immobile oggetto di interventi edilizi ha il diritto di verificare la regolarità dei lavori attraverso l’accesso alla relativa documentazione amministrativa.