Regime forfettario confermato nel 2026 con aliquote e soglie invariate, ma più controlli e attenzione alle cause di esclusione. Conviene ancora, ma solo con corretta pianificazione.

Il regime forfettario resta anche nel 2026 uno degli strumenti fiscali più utilizzati da partite IVA, professionisti e piccoli imprenditori. Nonostante le numerose voci circolate nei mesi precedenti sull’ipotesi di una sua revisione profonda, la Legge di Bilancio 2026 ha scelto una strada più prudente, intervenendo con aggiustamenti mirati senza stravolgere l’impianto generale del regime.
Il risultato è un sistema che continua a garantire semplicità fiscale e tassazione agevolata, ma che al tempo stesso introduce maggiore attenzione ai casi di utilizzo improprio e alle situazioni potenzialmente elusive. Un equilibrio che punta a mantenere il forfettario appetibile, ma meno “automatico” rispetto al passato.
Ma cosa cambia davvero per chi è già nel regime forfettario? Ci sono nuove regole da rispettare? Il limite di 85.000 euro è ancora valido? E soprattutto: conviene ancora scegliere il forfettario nel 2026 oppure è arrivato il momento di valutare alternative?
Sommario
Nel 2026 il regime forfettario mantiene la sua struttura principale, senza modifiche ai requisiti di accesso più importanti. La Legge di Bilancio ha infatti confermato i pilastri su cui si basa questo sistema agevolato, offrendo continuità a chi già lo utilizza e certezze a chi intende adottarlo.
Il limite massimo di ricavi o compensi annui resta fissato a 85.000 euro, soglia che continua a rappresentare il discrimine principale per l’ingresso e la permanenza nel regime. Superato questo importo, il contribuente decade dal forfettario e passa al regime ordinario secondo le regole già previste.
Resta invariata anche l’imposta sostitutiva, pari al:
Confermata inoltre l’esclusione dall’IVA: chi opera in regime forfettario continua a non applicare l’imposta in fattura, a non detrarre l’IVA sugli acquisti e a beneficiare di una gestione contabile estremamente semplificata, senza obblighi di registri IVA o liquidazioni periodiche.
In sintesi, sotto il profilo dei numeri e delle aliquote, il regime forfettario 2026 resta sostanzialmente identico a quello dell’anno precedente, smentendo le ipotesi di un ridimensionamento immediato della flat tax per le partite IVA di minori dimensioni.
Se dal punto di vista delle aliquote e delle soglie il regime forfettario 2026 non cambia, le novità più significative riguardano invece l’attenzione ai requisiti sostanziali e alle cause di esclusione. La Legge di Bilancio non introduce nuove regole formali, ma rafforza l’impostazione già esistente, puntando a contrastare utilizzi distorti del regime.
In particolare, viene ribadita con maggiore forza l’incompatibilità tra regime forfettario e rapporti di lavoro dipendente o assimilati con lo stesso soggetto per cui si svolge l’attività autonoma. Situazioni che in passato venivano talvolta tollerate o sottovalutate diventano ora più esposte a verifiche fiscali, soprattutto quando il lavoro autonomo appare come una prosecuzione mascherata del rapporto di lavoro precedente.
Un altro aspetto su cui l’attenzione aumenta è il reddito complessivo del contribuente. Pur restando invariata la soglia dei 30.000 euro di redditi da lavoro dipendente percepiti nell’anno precedente, l’Amministrazione finanziaria guarda con maggiore sospetto i casi in cui il forfettario viene utilizzato come regime “accessorio” accanto a redditi elevati di altra natura.
Il messaggio della Manovra è chiaro: il regime forfettario continua a esistere ed è legittimo, ma deve essere utilizzato in coerenza con la sua finalità originaria, cioè quella di agevolare le attività realmente autonome e di dimensioni contenute, non di creare scorciatoie fiscali.
Uno degli equivoci più diffusi sul regime forfettario riguarda il rapporto tra tassazione agevolata e contributi previdenziali. La Legge di Bilancio 2026 non introduce novità in questo ambito, ma conferma un principio che spesso viene sottovalutato: l’imposta sostitutiva ridotta non comporta automaticamente un risparmio sui contributi INPS.
I contribuenti in regime forfettario continuano infatti a versare i contributi previdenziali secondo le regole ordinarie della propria gestione di appartenenza. Per artigiani e commercianti restano dovuti i contributi fissi annuali, oltre alla quota variabile calcolata sul reddito imponibile, mentre i professionisti iscritti alla Gestione Separata INPS versano i contributi in percentuale sul reddito determinato in via forfettaria.
La base imponibile contributiva si ottiene applicando il coefficiente di redditività previsto per il codice ATECO all’ammontare dei ricavi o compensi incassati. È su questo importo, e non sul fatturato complessivo, che vengono calcolati sia i contributi sia l’imposta sostitutiva.
In altre parole, il regime forfettario resta fiscalmente conveniente, ma il costo previdenziale incide in modo significativo sul reddito netto finale. Un aspetto che nel 2026 assume ancora più importanza in fase di pianificazione, soprattutto per chi si avvicina alla soglia degli 85.000 euro.
Uno dei punti più delicati del regime forfettario resta il superamento della soglia di 85.000 euro di ricavi o compensi annui, che anche nel 2026 continua a rappresentare il limite massimo per la permanenza nel regime agevolato. La Legge di Bilancio non modifica le regole esistenti, ma è importante ricordare come funzionano concretamente le conseguenze.
Se nel corso dell’anno il contribuente supera la soglia degli 85.000 euro senza oltrepassare i 100.000 euro, il regime forfettario continua ad applicarsi fino al 31 dicembre, ma dal 1° gennaio dell’anno successivo scatta automaticamente il passaggio al regime ordinario. Questo comporta l’obbligo di applicare l’IVA, tenere la contabilità e assoggettare il reddito alle aliquote IRPEF progressive.
Diverso è il caso in cui i ricavi superino quota 100.000 euro: in questa ipotesi la fuoriuscita dal forfettario è immediata, con applicazione dell’IVA già sull’operazione che determina il superamento del limite. Una situazione che nel 2026 può creare criticità rilevanti se non monitorata con attenzione.
Per questo motivo, la pianificazione dei compensi e il controllo costante dell’andamento del fatturato diventano ancora più centrali. Il rischio non è solo fiscale, ma anch
Alla luce delle conferme e delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026, il regime forfettario resta uno strumento fiscalmente vantaggioso, soprattutto per chi ha costi contenuti, ricavi stabili e un’attività realmente autonoma. La semplicità gestionale, l’imposta sostitutiva ridotta e l’esclusione dall’IVA continuano a rappresentare elementi di forte attrattiva.
Tuttavia, il 2026 segna un cambio di passo sul piano dell’attenzione fiscale. L’assenza di nuove agevolazioni e il rafforzamento dei controlli impongono una valutazione più consapevole: il forfettario non è più una scelta “automatica”, ma uno strumento da utilizzare con attenzione, verificando anno per anno la reale convenienza rispetto al regime ordinario.
In molti casi, soprattutto avvicinandosi alla soglia degli 85.000 euro o in presenza di altri redditi rilevanti, diventa fondamentale pianificare per tempo e valutare gli effetti fiscali e previdenziali complessivi. Il regime forfettario resta, ma richiede oggi più consapevolezza e meno improvvisazione.
Nel 2026 possono aderire al regime forfettario i titolari di partita IVA che svolgono attività d’impresa, arte o professione e che, nell’anno precedente, non hanno superato 85.000 euro di ricavi o compensi. Restano inoltre valide le cause di esclusione già previste, come il possesso di partecipazioni di controllo in società o rapporti di lavoro incompatibili con l’attività autonoma.
Il regime forfettario non richiede una domanda formale. Se il contribuente possiede i requisiti previsti dalla legge, il regime si applica automaticamente fin dall’apertura della partita IVA oppure dall’anno successivo, in caso di passaggio da altro regime. La scelta viene poi confermata in sede di dichiarazione dei redditi.
No. Anche nel 2026 il regime forfettario esclude l’applicazione dell’IVA sulle fatture emesse. Il contribuente non addebita l’imposta ai clienti e non può detrarre l’IVA sugli acquisti. In fattura resta obbligatoria la dicitura che richiama l’applicazione del regime agevolato.
Sì. L’obbligo di fatturazione elettronica è pienamente confermato anche per il 2026, senza eccezioni legate ai livelli di fatturato. Tutti i contribuenti in regime forfettario devono quindi emettere fattura elettronica tramite il Sistema di Interscambio.
Sì, ma con limiti precisi. È possibile accedere o restare nel regime forfettario solo se, nell’anno precedente, i redditi da lavoro dipendente o assimilati non superano 30.000 euro, salvo cessazione del rapporto. Nel 2026 aumenta però l’attenzione sui casi di possibile abuso.
Il regime forfettario conviene soprattutto a chi:
In presenza di spese elevate o crescita rapida del fatturato, nel 2026 può risultare più conveniente il regime ordinario, soprattutto sul lungo periodo.
La perdita dei requisiti comporta l’uscita dal regime:
Dal momento dell’uscita scattano IVA, IRPEF e obblighi contabili ordinari.









