PMI torinesi e infiltrazioni mafiose: numeri allarmanti

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Secondo l’ultima analisi condotta dall’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), i numeri delle imprese torinesi legate alla criminalità organizzata sono davvero preoccupanti.

Le PMI sono da molti anni tartassate, piegate e sepolte dalle tasse e dalla burocrazia italiana, e questo è ormai un dato di fatto. Sostiene però Marco Razzetti, presidente dell’ANIEM (Associazione Nazionale Imprese Edili Manifatturiere) Piemonte, che questo non deve diventare un alibi per fare accordi con la mafia, per cui è necessario incrementare i controlli.

I dati dell’ANAC

L’ultima notizia tocca con mano il progetto di costruzione della TAV Torino-Lione. Presso il cantiere di Chiomonte infatti, una delle imprese collaboranti è stata interdetta con l’accusa di infiltrazione mafiosa. La PMI aveva vinto un concorso dell’importo di 3 milioni di euro, e aveva il compito di occuparsi del sistema di videosorveglianza, delle illuminazioni e della ventilazione.

Inutile dire che TELT, la società italo-francese che gestisce l’intero progetto di costruzione della TAV, ha escluso con effetto immediato l’impresa accusata. La situazione però, è più grave di quanto si pensasse.

Quello di Chiomonte infatti è solo uno dei tanti episodi che, a Torino, si stanno verificando sempre con maggiore frequenza. Lo studio dell’ANAC afferma addirittura che nel corso degli ultimi 4 anni, il capoluogo piemontese ha registrato un aumento 6 volte maggiore delle PMI legate alla mafia, rispetto a prima.

Torino ottiene per questo il primato, tra tutte le città del Nord Italia, per le imprese con il più grande numero di interdittive antimafia. Per quanto riguarda tutta la Penisola invece, la provincia piemontese si piazza al terzo posto, superata soltanto da Reggio Calabria e Vibo Valentia.

È possibile una soluzione differente?

Insomma, tutto ciò è a dir poco allarmante, e dimostra come tutte le PMI sul territorio italiano siano a rischio infiltrazioni mafiose. È molto facile infatti che i piccoli imprenditori, per non vedere la propria azienda fallire, si lascino tentare dai facili guadagni. Capita che questo sia dovuto ad una mentalità sbagliata di fondo, ma c’è da dire che spesso la maggior parte delle aziende prova fino all’ultimo a fare le cose a regola d’arte, come lo Stato comanda. A volte però, quando poi si ritrova sul lastrico e non sa più come fare, si trova costretta a prendere una via d’uscita differente, che tante volte conduce all’illegalità.

Sull’argomento interviene Marco Razzetti, che riconosce i gravi problemi che le PMI si trovano ad affrontare. E ammette che se la burocrazia italiana non fosse così complicata e le piccole imprese fossero favoreggiate, probabilmente i numeri di interdittive calerebbe di parecchio. Il presidente continua dicendo però, che la crisi che investe le PMI non deve essere presa come una scusante per stringere accordi con la criminalità, perché questo è sbagliato a prescindere da tutto il resto.

Non solo per una questione di moralità e giustizia, ma soprattutto perché le piccole imprese che agiscono in maniera illegale finiscono per danneggiare l’intero tessuto economico del nostro Paese. E ad andarci peggio sono comunque sempre le PMI che invece fanno impresa nel modo corretto e sottostanno alle regole da seguire. Si va a danneggiare per prima cosa il sistema concorrenziale, che non permette alle aziende legali di crescere e sviluppare i propri guadagni.

La parte positiva è che i controlli aumentano sempre più, ma il cambiamento deve essere alla base. Le PMI vanno aiutate con provvedimenti concreti, altrimenti non potranno mai crescere nel modo corretto, e saremo sempre punto e accapo.




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