Il passaggio del ciclone Harry ha mostrato ancora una volta quanto il territorio italiano, soprattutto nel Sud e nelle isole, sia fragile di fronte agli eventi climatici estremi. Calabria, Sicilia e Sardegna fanno i conti con danni enormi, non solo alle abitazioni ma anche alle infrastrutture, ai servizi essenziali e alle attività economiche.

Il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza e annunciato i primi stanziamenti, ma il dibattito politico e sociale è già acceso: le risorse saranno sufficienti? E soprattutto, come si interverrà sul fronte della ricostruzione e della messa in sicurezza del territorio?

Stato di emergenza e primi fondi stanziati

Per far fronte all’impatto immediato del ciclone Harry, il Governo ha deliberato lo stato di emergenza nazionale per Calabria, Sicilia e Sardegna. Una misura che può durare fino a dodici mesi, con possibilità di proroga, e che consente di attivare procedure straordinarie e deroghe alle norme ordinarie, soprattutto in materia di interventi urgenti e protezione civile.

Contestualmente è stato autorizzato uno stanziamento complessivo di 100 milioni di euro, destinato esclusivamente alle prime necessità: rimozione dei detriti, messa in sicurezza delle aree più colpite, ripristino dei servizi essenziali come viabilità, reti idriche ed elettriche. Le risorse sono state ripartite in parti uguali tra le tre Regioni, con circa 33 milioni ciascuna, proprio per coprire la fase più critica dell’emergenza.

Si tratta quindi di fondi pensati per “tamponare” la situazione nell’immediato, non per affrontare la ricostruzione vera e propria, che richiederà tempi più lunghi e risorse ben più consistenti, soprattutto in un contesto territoriale già fragile dal punto di vista urbanistico e infrastrutturale.

Danni stimati e un conto che continua a salire

Mentre si lavora sugli interventi più urgenti, dalle Regioni colpite iniziano ad arrivare le prime stime dei danni, ancora provvisorie ma già impressionanti. Secondo le valutazioni comunicate al Governo, il costo complessivo della devastazione causata dal ciclone Harry potrebbe superare 1 miliardo e 200 milioni di euro, una cifra destinata probabilmente ad aumentare con il proseguire delle verifiche sul territorio.

In Sardegna la stima preliminare parla di circa 200 milioni di euro, una valutazione che tiene conto principalmente dei danni a edifici e attività produttive, escludendo però le grandi infrastrutture come strade e porti. In Calabria si ragiona su una prima quantificazione di 300 milioni, ma molti Comuni sono ancora impegnati nella ricognizione puntuale delle criticità, soprattutto lungo le aree costiere colpite dalle mareggiate. La situazione più complessa riguarda la Sicilia, dove tra danni diretti e indiretti le perdite economiche potrebbero addirittura superare il miliardo e mezzo di euro.

Numeri che mettono in evidenza il forte divario tra le risorse stanziate per l’emergenza e le reali necessità dei territori, soprattutto se si considera l’impatto sull’edilizia residenziale, sulle infrastrutture pubbliche e sulla sicurezza idrogeologica.

Ricostruzione e commissari straordinari: cosa succede ora

Superata la fase più critica dell’emergenza, l’attenzione si sposta ora sulla ricostruzione. Il Governo ha chiarito che i 100 milioni stanziati rappresentano solo un primo intervento e che ulteriori risorse verranno messe a disposizione una volta completata la ricognizione dettagliata dei danni da parte delle Regioni.

Proprio per accelerare le procedure, i presidenti di Calabria, Sicilia e Sardegna sono stati nominati commissari delegati, con poteri straordinari e possibilità di operare in deroga ad alcune norme ordinarie. Una scelta che punta a ridurre i tempi burocratici, ma che riporta al centro il tema della gestione delle emergenze: rapidità contro controlli, urgenza contro pianificazione.

La vera sfida sarà trasformare la ricostruzione in un’occasione per intervenire sulle criticità storiche del territorio, a partire dal dissesto idrogeologico e dall’edilizia in aree a rischio. Senza una visione di lungo periodo, il pericolo è quello di ricostruire esattamente dove e come si è già visto crollare.

Lo stanziamento da 100 milioni di euro ha però acceso un acceso confronto politico. Per le opposizioni e per diverse organizzazioni sindacali, le risorse messe in campo sono considerate del tutto inadeguate rispetto alla portata dei danni subiti dai territori colpiti dal ciclone Harry.

Dal Movimento 5 Stelle si parla apertamente di “briciole”, sottolineando come la divisione dei fondi tra tre Regioni renda ancora più evidente la sproporzione tra necessità reali e risposte economiche. Anche il Partito Democratico ha espresso forti perplessità, accusando l’Esecutivo di sottovalutare la gravità della situazione e chiedendo un impegno finanziario ben più consistente già nella fase iniziale.

Le critiche non riguardano solo l’entità delle risorse, ma anche la mancanza di una strategia strutturale per la prevenzione. Secondo l’opposizione, continuare a intervenire solo dopo le emergenze, senza un piano serio di messa in sicurezza del territorio e di controllo urbanistico, rischia di trasformare ogni evento climatico estremo in una crisi annunciata.

Frane, evacuazioni e territori ancora sotto osservazione

A rendere ancora più complesso il quadro è il fatto che gli effetti del ciclone Harry non si sono esauriti con il passaggio dell’ondata di maltempo. In diverse zone del Sud e delle isole il terreno resta saturo d’acqua, con un rischio elevato di frane e smottamenti anche nei giorni successivi all’evento.

In Sicilia, uno dei casi più delicati è quello di Niscemi, dove una frana ha reso necessaria la chiusura di alcune strade e l’evacuazione di circa 1.500 persone dalle proprie abitazioni. Situazioni simili, seppur con intensità diversa, si registrano anche in altre aree costiere e collinari, dove abitazioni, infrastrutture e reti di collegamento risultano particolarmente vulnerabili.

Questi episodi riportano al centro il tema della sicurezza del costruito e della pianificazione urbanistica: molte delle zone colpite sorgono in aree già classificate a rischio idrogeologico, dove negli anni si è costruito senza adeguate opere di mitigazione o senza un controllo efficace del territorio.