La BCE si avvia a confermare i tassi al 2%, con inflazione sotto controllo, euro forte e crescita disomogenea che spingono Francoforte alla prudenza anche nei prossimi mesi.

La Banca centrale europea si avvicina alla riunione del 5 febbraio con un copione che i mercati danno ormai per scritto: tassi di interesse invariati, fermi al 2% per la quinta volta consecutiva dopo il taglio di giugno 2025. Un livello che, secondo la maggioranza degli economisti, risulta coerente con un’inflazione ormai prossima all’obiettivo ufficiale della BCE.
Ma dietro l’apparente tranquillità si muovono variabili tutt’altro che secondarie: il cambio euro-dollaro, l’andamento dei prezzi nei prossimi mesi e una crescita dell’area euro ancora disomogenea.
Davvero Francoforte può permettersi di restare immobile così a lungo? E cosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi se l’inflazione dovesse scendere sotto il target?
Sommario
Le aspettative degli analisti alla vigilia della riunione sono estremamente compatte. Come riportato da Wall Street Italia con tassi già scesi al 2% e un’inflazione che viaggia in prossimità del target, la Banca centrale europea non ha alcuna urgenza di intervenire. Michael Field, chief European markets strategist di Morningstar, sottolinea come “l’85% degli economisti, in un recente sondaggio, si aspetti una conferma dello status quo a febbraio”, evidenziando un consenso raro per le decisioni di politica monetaria.
Una lettura condivisa anche da PIMCO. Secondo Konstantin Veit, portfolio manager della casa di gestione, “con inflazione sostanzialmente in linea con l’obiettivo, crescita coerente con il trend e mercati del lavoro ancora solidi, la BCE ha poche ragioni per modificare la propria politica in questa fase”.
In altre parole, il Consiglio direttivo sembra intenzionato a prendersi tempo, osservando l’evoluzione del quadro macro prima di qualsiasi nuova mossa.
Se nel breve periodo la linea della politica monetaria appare tracciata, lo sguardo degli investitori è già rivolto ai prossimi mesi, a partire dai dati sull’inflazione dell’area euro attesi il 4 febbraio. Il consenso degli analisti punta a un dato tendenziale intorno al 2%, mentre DWS prevede una discesa più marcata, fino all’1,7%. Un’eventuale sorpresa al ribasso riaprirebbe inevitabilmente il dibattito sul ruolo del cambio.
Il tema non è marginale. Complice l’indebolimento del dollaro, l’euro si è rafforzato in modo significativo, arrivando a toccare quota 1,20 a gennaio. “Un euro forte rende le importazioni più economiche e frena l’inflazione”, osserva Ulrike Kastens, senior economist di DWS, ricordando che l’apprezzamento del 7,6% su base ponderata per gli scambi nell’ultimo anno è già incorporato nelle proiezioni della BCE.
In questo contesto, aggiustamenti rapidi della politica monetaria appaiono poco probabili.
Secondo diversi osservatori, l’impatto del cambio sull’inflazione resta per ora gestibile. Martin Wolburg, senior economist di Generali Investments, richiama uno studio della BCE secondo cui un apprezzamento dell’euro dell’1% riduce l’inflazione complessiva di circa 0,04 punti percentuali nell’arco di un anno. Un effetto, dunque, che consente al Consiglio direttivo di non reagire in modo immediato nel breve termine.
Il contesto globale, però, rende il tema più sensibile rispetto al passato. Tra il rischio di nuovi dazi dagli Stati Uniti e la crescente concorrenza industriale della Cina, un euro troppo forte potrebbe penalizzare ulteriormente la ripresa ciclica dell’industria europea. Per Carsten Brzeski, head of global macro research di ING, il rafforzamento della valuta “complica le prospettive di crescita, ma non è sufficiente a cambiare rotta nell’immediato”.
Tuttavia, avverte, se la tendenza dovesse proseguire e l’inflazione scendere sotto il target, l’ipotesi di un taglio dei tassi già a marzo tornerebbe sul tavolo.
Sul fronte macroeconomico, il quadro resta complesso ma non privo di elementi incoraggianti. Nel quarto trimestre del 2025 il Pil dell’area euro è cresciuto dello 0,3% su base trimestrale, superando le attese del consenso Bloomberg. Un dato che segnala una graduale tenuta dell’economia, pur all’interno di una ripresa ancora irregolare tra i diversi Paesi membri.
La crescita procede infatti “a macchia di leopardo”: Spagna e Portogallo avanzano a ritmi sostenuti, con un +0,8% trimestrale, mentre Francia e Germania continuano a mostrare maggiori difficoltà.
In questo contesto, come sintetizza Ulrike Kastens, “il contesto macroeconomico dovrebbe cambiare in modo significativo prima che la BCE abbandoni la valutazione secondo cui siamo in una buona posizione”. Una linea di prudenza che, salvo sorprese, è destinata a restare il mantra di Francoforte anche nel corso del 2026.




