La Foresta Amazzonica brucia ancora, la situazione attuale

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L’Amazzonia è in fiamme. A quanto pare, il divieto del governo Bolsonaro non è servito a granché, perché a 48 ore dall’ordinanza, altri 2.000 incendi si sono accesi e hanno devastato ancora il “polmone verde” della Terra.

La situazione è grave, troppo grave, e l’allarme deve essere esteso a tutte le parti del mondo. C’è inoltre il pericolo che il tutto si aggravi ulteriormente, perché secondo le organizzazioni che si occupano del problema incendi in Brasile, oltre il 60% dei roghi viene appiccato nel mese di settembre.

La grave condizione della deforestazione ha avuto inizio in realtà con il nuovo anno, il 2019. Con l’insediamento del presidente Jair Bolsonaro infatti, si è dato il via a decisioni che si sono rivelate a dir poco drammatiche. Da gennaio 2019, sono andati distrutti dai 3.500 ai 4.700 chilometri quadrati di foresta, il che è un dato allarmante per le popolazioni indigene, per la biodiversità del pianeta e per il grande impatto climatico che la foresta comporta su tutto il mondo.

Tutti contro tutti: le varie accuse

Prima di tutti gli altri, sotto accusa c’è finito proprio il presidente Bolsonaro. A quanto pare, a partire dalla sua elezione, non ha fatto altro che scoraggiare gli enti che si occupavano di proteggere la grande foresta, rivendicando una sovranità assoluta sull’Amazzonia. Ha iniziato criticando le agenzie governative che si occupavano della difesa della foresta e dei popoli indigeni che ci abitano. Ha continuato poi cancellando i fondi destinati alle ONG, in quanto sfavorivano lo sviluppo dell’innovazione e frenavano lo sfruttamento del suolo. Abbiamo assistito infine alla conclusione in bellezza, in cui Bolsonaro ha iniziato a screditare l’Inpe (Istituto nazionale di ricerca spaziale), licenziando infine il suo direttore. Il motivo? Si era permesso di divulgare la grave situazione della Foresta Amazzonica senza chiedere prima il permesso al presidente.

Queste decisioni hanno portato l’Amazzonia ad essere molto più esposta ai pericoli. Bolsonaro invece, per discolparsi dalle accuse, ha iniziato a dare la colpa ai proprietari terrieri della foresta. Denuncia il fatto che questi continuino ad incendiare intenzionalmente i propri campi, in modo da poter rigenerare la coltivazione. Niente di più vero, l’hanno ammesso tutti. C’è da riflettere però sul fatto che questo fenomeno ha preso piede da anni, ma prima era controllato e non ha mai creato chissà quanti danni. Adesso la situazione è sfuggita di mano perché i controlli sono stati aboliti, e i roghi sono aumentati dell’82% da gennaio ad agosto 2019, rispetto agli stessi mesi del 2018.

Ma non è finita qui. Perché oltretutto Bolsonaro si è permesso di ipotizzare che le ONG, dopo l’abolizione dei fondi a loro destinati, abbiano iniziato ad appiccare loro stessi gli incendi. In questo modo, secondo lui, avrebbero messo in atto una sorta di vendetta, attirando attenzione negativa contro il governo.

Il presidente brasiliano invece ha ricevuto una montagna di critiche infinite anche per il suo comportamento dopo il convegno del G7. Il presidente francese Macron è stato il primo ad iniziare un dibattito sula grave situazione che stava colpendo il Brasile. Ha proposto quindi lo stanziamento di 20 milioni di euro da parte dei paesi dell’Unione Europea per combattere i roghi che stanno uccidendo l’Amazzonia. Bolsonaro ha rifiutato l’offerta, in quanto riteneva che l’Europa volesse intervenire in maniera troppo invadente sulla gestione della Foresta Amazzonica.

La situazione attuale

Il 23 di agosto, Bolsonaro, sentendosi costretto a non poter più ignorare il problema, ha promosso un’ordinanza di governo. Il documento permette da adesso l’intervento delle forze dell’ordine per evitare che altri incendi vengano appiccati. 48 ore dopo però, altri 2.000 roghi si sono accesi e hanno continuato a devastare la zona.

Il ministero della Difesa brasiliano ha richiesto quindi a quello dell’Economia lo sblocco immediato di 38,5 milioni di real (8,3 milioni di euro), per contribuire alla lotta contro gli incendi. Anche l’Aeronautica brasiliana è entrata in azione, mettendo a disposizione due aerei C-130 Hercules. Questi sono dotati di cinque serbatoi a testa, in grado di trasportare 12 mila litri di liquido che riesce a rallentare la combustione.

Le associazioni ora non fanno altro che sperare per il meglio, ma ci si prepara ad affrontare il peggio. Si prevede infatti, viste le condizioni, che il disboscamento del polmone verde della Terra non possa far altro che continuare ad aumentare.




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