Abuso edilizio per necessità? La Cassazione rigetta il ricorso

Abuso edilizio per necessità

Recentemente, la Corte di Cassazione ha dovuto affrontare una sentenza di ricorso per l’ordinanza di demolizione di un immobile. In merito a questo si sono trattati vari argomenti. Tra cui la valutazione dell’abuso edilizio per necessità, che si interpone con l’esigenza di mantenere lo stato dei luoghi idoneo secondo le regole urbanistiche.

La Cassazione si è pronunciata in merito lo scorso 13 gennaio, con la sentenza 844/2020. E ha decretato l’impossibilità di soddisfare l’avanzo del ricorso. In quanto, stando alla Corte, l’abuso edilizio per necessità non può e non deve esistere.

Abuso edilizio per necessità: di cosa parliamo

Innanzitutto, chi non mastica particolarmente l’argomento si starà chiedendo che cosa sia l’abuso edilizio per necessità. Quindi partiamo con ordine.

Stiamo parlando di una misura non riconosciuta dalla legge italiana, né da alcun provvedimento o decreto. Ma che però, nel corso degli anni, è venuta alla luce più volte durante delle sentenze simili a quella che stiamo trattando oggi.

Viene inteso come abuso edilizio per necessità il caso in cui un soggetto, o un nucleo familiare, vive all’interno di un’abitazione costruita abusivamente. Giustificando l’atto illegale con l’impossibilità di trasferirsi altrove per mancanza di risorse economiche. E rivendicando, inoltre, il proprio diritto di abitazione, previsto dall’art. 1022 del Codice Civile. In cui viene definito come un “diritto reale, che consente l’uso e l’abitazione di un bene, in relazione ai bisogni del titolare e della sua famiglia.”

Queste sono esattamente le argomentazioni che hanno portato il cittadino in oggetto ad effettuare il ricorso. Definendo l’ordine di demolizione del suo immobile come una violazione del diritto di abitazione. Egli ha esplicato infatti che tale struttura abusiva ospitava due famiglie: la sua e quella di suo suocero. E che entrambi i nuclei familiari non avevano un’altra abitazione dove andare, né tantomeno la disponibilità economica necessaria per spostarsi.

La decisione della Cassazione

La Cassazione ha respinto il ricorso del cittadino. Ovviamente, non senza le dovute spiegazioni.

Per farlo, è partita innanzitutto dal punto sul diritto all’abitazione. In merito a questo, la Corte ha preso in considerazione ciò che stabilisce l’art. 1 del Protocollo addizionale CEDU (Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali).

Qui è scritto:

  • Al comma 1, che la possibilità di privare il cittadino dalla propria abitazione può sussistere in caso siano presenti determinate condizioni;
  • Al comma 2, che la corretta regolamentazione e legittimità di ogni bene è considerata il fattore principale, per far sì che lo Stato agisca in favore del benessere generale.

In sostanza quindi, si intende che la conservazione legittima dei beni è indispensabile per una società civile. E che il diritto all’abitazione non può in alcun modo contrastare le normative nazionali in ambito edificante e urbanistico.

In conclusione, la Cassazione ci tiene a precisare un aspetto molto significativo. Ovvero che, per preservare intatto un edificio destinato alla demolizione, non è sufficiente che un nucleo familiare dichiari di non potersi spostare. Altrimenti, da ciò si dedurrebbe che ogni famiglia che non possiede un alloggio alternativo, avrebbe diritto a vivere in un immobile abusivo. E questo, ovviamente, è inaccettabile.

Si ricorda infine che l’ordine di demolizione non è una sanzione penale. Ma è considerato esclusivamente come un provvedimento volto a riportare lo stato dei luoghi come sarebbe sempre dovuto rimanere.




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